O.J.D.M.
(ORCHESTRA JAZZ DEL MEDITERRANEO)
con
Maurizio Giammarco

Cieli di Sicilia


L’Orchestra Jazz del Mediterraneo nasce nel 1998 da un laboratorio di perfezionamento musicale orchestrale realizzato da Nello Toscano. In questi anni in seno all’orchestra si sono formati alcuni tra i migliori giovani musicisti del panorama jazzistico siciliano: Francesco Cafiso, Dino Rubino, Antonella Leotta, Toni Cattano. L’OJDM nei suoi dodici anni di vita, oltre ai numerosi concerti, ha collaborato con musicisti e arrangiatori di grande spessore quali Gianni Basso, George Gruntz, Bob Mintzer, Maria Schneider e Pietro Tonolo, con il quale ha anche realizzato il Cd “First” (Philology Records). L’attuale collaborazione con Maurizio Giammarco, nelle molteplici vesti di compositore arrangiatore e solista, ha portato alla realizzazione della suite Cieli di Sicilia, ora registrata in un nuovo lavoro discografico.

 

 

 

SOLISTI:

Maurizio Giammarco (sax) e Dino Rubino (flicorno)

 

L’ORCHESTRA:

Sax alto Orazio Maugeri, Marco Caruso
Sax tenore Rino Cirinnà, Gaetano Cristofaro
Sax barirtono Carlo Cattano
Trombe Silvio Barbara, Salvo Riolo, Dino Amasi, Gianni Morello.
Tromboni Camillo Pavone, Nando Sorbello, Salvo Distefano, Antonio Caldarella
Piano Seby Burgio
Contrabbasso Alberto Fidone
Batteria Giuseppe Tringale
Direttore Nello Toscano

Cieli di Sicilia nasce dall’invito del caro amico Nello Toscano a scrivere un progetto inedito per l’Orchestra Jazz Del Mediterraneo. Pensando al progetto in questione, dopo varie riflessioni, ho infine deciso di scrivere una Suite a tema sulla Sicilia o, per essere più chiari, ho pensato di tradurre in jazz alcune suggestioni personali, trasmessemi da una terra che ho visitato e vissuto a più riprese durante il corso della mia vita e non solo per scopi professionali. Come tanti avranno ben sperimentato, la Sicilia lascia immancabilmente un segno forte e indelebile in chiunque ci metta piede.

Perché dunque ispirarsi alla Sicilia per comporre brani jazz, destinati a una big band (contesto idiomatico assai ben definito), e da parte di un compositore certo amante della trasversalità e della contaminazione, ma comunque pur sempre radicato nel grande idioma del jazz storico?

Certamente un primo motivo è stato quello, molto semplice, di omaggiare la committenza, e un altro ancora lo si può individuare nel tentativo di personalizzare ulteriormente la concezione contemporanea di una possibile scrittura per big band attraverso stimoli inediti. Ma il motivo più importante è emerso dall’intravista possibilità di usare metaforicamente il tema Sicilia come luogo emblematico in cui convivono inesauribili meraviglie accanto a forti contrasti e contraddizioni. E luogo in cui un altrimenti raro orgoglio di appartenenza culturale scaturisce in seno a un crocevia storico di contaminazioni culturali spesso diversissime, anche più di quanto gli stessi siciliani siano disposti ad ammettere. Tutti questi temi hanno secondo me molto a che fare col jazz, musica bastarda di natura (cosa che potrebbe anche spiegare come mai questo tipo di musica incontri particolare favore presso gli isolani). Questa prospettiva, a quanto pare, si è rivelata per me produttiva, essendo la musica della Suite venuta fuori abbastanza velocemente. Nella sua stesura, ho cercato di evitare gli effetti “cartolina”, né ho attinto a moduli folcloristici che non conosco, e anche se li avessi conosciuti, non mi avrebbero comunque mai interessato come input d’ispirazione. Dunque se qualche impressione folk sembra emergere a tratti, appartiene a un folk di mia invenzione. Nella stesura della suite, invece, si è andato a delineare, in modo del tutto naturale e intuitivo, un certo itinerario evocativo che pesca esclusivamente nella mia memoria, e mi ha riportato mentalmente a visitare una serie di luoghi di mia conoscenza, i cui cieli sono talvolta molto sereni ma eventualmente anche molto agitati (Segesta, Catania, Ortigia, Ibla, Capaci, Bagheria, Erice).

Cieli di Sicilia si chiama appunto così perché scaturisce da uno sguardo emotivo intenso ma aereo, uno sguardo che non vuole certo rischiare di apparire superficiale, ma vuole comunque mantenersi a una debita distanza. Non avrei mai avuto la presunzione di scrivere una Suite dal titolo Terre Di Sicilia, cosa per la quale ci vuole probabilmente un compositore siciliano. Per questo progetto invece, mi sono immedesimato in un uccello migratore (forse, come segno d’aria, questo mi riesce), facendo mio il noto detto di Goethe, cittadino del mondo come me ma ancor meno meridionale di me, il quale già molto tempo fa affermava: “L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto”.